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21 settembre, Giornata Mondiale dell’Alzheimer: ecco la storia e l’origine della malattia

21 settembre, Giornata Mondiale dell’Alzheimer: ecco la storia e l’origine della malattia.
Aloysius “Alois” Alzheimer nasce a Marktbreit, 14 giugno 1864, psichiatra e neuropatologo tedesco. Alzheimer fu il primo a descrivere un caso di “demenza senile”, malattia successivamente definita malattia di Alzheimer.

Alois Alzheimer studia medicina a Berlino, considerata la “Mecca della Medicina”.

Nel 1888 il giovane Alois accetta un posto da medico assistente per la Clinica Psichiatrica Irrenanstalt di Francoforte sul Meno, il suo capo è il grande Emil Sioli, il più famoso psichiatra di lingua tedesca dell’epoca, e Franz Nissl è il suo fidato collega.

I tre sono in condizione di trasformare la clinica in un ospedale psichiatrico con caratteristiche di sanatorio: introducono il principio di non restraint.
Oltre l’impiego di questo metodo, della terapia del colloquio, l’altro grande contributo è la ricerca delle cause organiche delle malattie della mente. Per il giovane Alois la collaborazione con Nissl è una vera fortuna, essi sono i fondatori della istopatologia della corteccia cerebrale. Agli inizi del secolo il nome di Alois Alzheimer assume notorietà per le sue pubblicazioni sull’aterosclerosi cerebrale.

Nel 1901 nel suo ambiente professionale le cose iniziano a migliorare, la clinica per dementi ed epilettici viene ampliata.
Durante la 37a Assemblea degli psichiatri tedeschi del sud a Tubinga, lo studioso presenta le sue ricerche ma viene accolto in maniera scettica: nessuno presenta osservazioni o chiede chiarimenti.

In maniera estremamente accurata riferisce sull’esordio clinico e sulla sua evoluzione. «Uno dei primi sintomi di una donna di 51 anni fu un forte sentimento di gelosia verso suo marito.
Molto presto mostrò perdite di memoria in rapido aumento; non si orientava in casa sua, spostava oggetti da una parte all’altra, si nascondeva, a volte pensava che qualcuno volesse ucciderla e cominciava ad urlare…». Alzheimer passa allora a presentare le fotografie dei preparati istologici.

Sulla base di queste evidenze, non nasconde la convinzione che ci si trovi di fronte a «un processo patologico particolare» che non rientra per caratteristiche cliniche (l’esordio precoce) e istologiche (le alterazioni delle neurofibrille) nei quadri di demenza noti. Alzheimer si aspetta un dibattito accesso. Che invece non ci sarà.
Ma il disinteresse non fu solo limitato al momento congressuale. Si estese, infatti, anche alla trascrizione degli atti.

Certo l’esordio non era stato dei migliori con quel disinteresse dell’auditorio, ma Alzheimer crede, almeno in quel momento, di essersi imbattuto, con il caso di Augusta D., in qualcosa di nuovo.
E va avanti con una precisa strategia che passa per il ricercatore italiano Gaetano Perusini. Al medico friulano non solo affida il compito di rivedere il dossier di Augusta D., ma lo incarica anche di arricchire la casistica.
Perusini, che con Bonfiglio già da qualche mese era stato coinvolto in quello studio, inizia con meticolosità e passione a lavorare su quell’idea.

La ricerca, datata 1908, riguarderà quattro casi, compreso quello di Augusta D., e sarà pubblicata nel 1909 nella collana diretta da Alzheimer e Nissl “Lavori istologici e istopatologici sulla corteccia cerebrale con particolare riguardo all’anatomia patologica delle malattie cerebrali”.

L’opinione di Perusini è che «siano necessarie future ricerche per definire più accuratamente con l’accumularsi dei casi il complesso sintomatologico di questa forma patologica e inoltre per determinare se esiste un rapporto eziologico con l’involuzione senile».

Dopo aver ripercorso gli studi sulle placche, che, come precisa, non mancano mai nel cervello dei dementi senili e la cui diffusione è un indice della gravità del processo involutivo, affronta il significato delle alterazioni delle neurofibrille che costituiscono la vera novità della scoperta di «quelle forme atipiche della demenza senile individualizzate da Alzheimer».

E Alzheimer? Non metterà più al centro dei suoi interessi le demenze, spaziando su altri campi.

Breslavia continuerà il suo impegno di clinico, ricercatore e docente. Con successo e fama. Ma comincia a non stare bene. Alzheimer morirà il 19 dicembre del 1915 per una probabile sepsi da endocardite.

La partecipazione al lutto fu straordinaria ma sorprendentemente, osservano ancora Konrad e Ulrike Maier, in quasi tutti i necrologi non si fece cenno della malattia che da lui prese il nome. Non ne fecero parola né Kraepelin, né Nissl, né Max Lewandowsky, coeditore con Alzheimer della «Rivista generale di Neurologia e Psichiatria».

È come se iniziasse a calare una sorta di oblio su una “scoperta” in cui alla fine sembrava che, forse, nemmeno gli stessi protagonisti credessero più di tanto. E così nel decennio successivo e poi in quelli a seguire, progressivamente, della “malattia di Alzheimer” se ne parlerà sempre meno.

La malattia individuata dal medico di origini tedesche prende il proprio nome solo nel 1910 quando Emil Kraepelin, il più famoso psichiatra di lingua tedesca dell’epoca, ripubblicò il suo trattato di Psichiatria elencando, tra le nuove forme di demenza, la malattia di Alzheimer, così da rendere finalmente onore e merito a colui che l’aveva studiata.

Per approfondimenti sul tema:
www.cooperativaprogettazione.it/alzheimer

Giornata Mondiale dell’Alzheimer

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