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La “sindrome della vita di merda”

Il nome della sindrome (della vita di merda) è stato scelto dai medici statunitensi: non racconta infatti solo la povertà, che indubbiamente aumenta, ma la crescente povertà relativa in un’epoca di crescente disuguaglianza.

Nuovi studi spiegano la prima causa di morte dei maschi americani under 50: pensare che la propria vita sia orribile annienta il corpo e la mente.

Tra gli effetti più rilevanti c’è la diffusione degli oppioidi.

“Sindrome della vita di merda” (shit syndrome) è il nome, non finissimo ma espressivo, della nuova epidemia che angoscia l’Occidente. Ne parlano soprattutto gli scienziati anglosassoni, ma è destinata a inquietare l’intera opinione pubblica.

Sono stati i medici americani (i primi ad accorgersi della sua diffusione), a chiamarla così. Oggi è la prima causa di morte per i maschi americani sotto ai 50 anni, e il suo forte sviluppo sta ormai riducendo l’aspettativa di vita, dopo più di un secolo di continuo incremento.

A indicare la nuova tendenza sono stati gli USA. È infatti lì che la vita (dei maschi soprattutto) si sta accorciando, già qualche anno. A documentarlo è stato il premio Nobel Angus Deaton, in una ricerca fatta con la moglie Ann Case.

Anche in Inghilterra, dopo gli Usa, la riduzione dell’aspettativa di vita ha raggiunto ormai i bianchi, finora al riparo dalle malattie che prima mettevano a rischio la vita di neri e degli ispanici.

A provocare la “shit syndrome” è la percezione e l’esperienza della “vita di merda”: l’impressione che la propria vita non valga nulla, sia orribile e stia diventando un insopportabile peso. Questo sentimento di resa riduce progressivamente anche la resistenza del fisico verso le altre malattie, e abbassa le difese immunitarie dell’organismo, assieme a quelle psicologiche. Si apre così la strada allo sviluppo di infezioni e utilizzo di medicinali potenti e spesso tossici per contrastarle, portando a morti precoci.

La “vita di merda” non è però una fantasia o un’immaginazione: è la condizione di vita di ampi settori della popolazione. Come hanno dimostrato le ricerche: “a uccidere queste persone non è solo la povertà, ma la crescita di una povertà relativa in un’era di crescenti diseguaglianze, con tutti gli effetti ad essa collegati”. La frustrazione ha basi materiali, reali, molto visibili.

Una delle cause più rilevanti della shit syndrome è l’epidemia da oppiodi che da anni affligge l’occidente, a cominciare dagli Stati Uniti.

Ad essere colpiti dalla shit syndrome, che è insieme medica ed esistenziale, sono persone in situazione di “povertà relativa” nel senso che hanno di che sopravvivere, ma un’educazione e formazione insufficienti. È ormai un’importante fetta di americani e inglesi cui l’assenza di competenze professionali consente solo lavori umili e scarsamente remunerati, senza certezze di continuità. Vivono in case e quartieri poveri e malsani e non hanno prospettive di miglioramento.
D’altra parte sono continuamente provocati dalla narrazione diffusa da tutti i media e anche da opinionisti e autorità che raccontano di vite ricche, piene di piaceri, fortunate. Anch’essi frequentano le mappe dei consumi, con la vista delle vetrine splendenti nelle strade dello shopping. Ma possono acquistare quasi nulla; né hanno le esperienze educative e culturali e le risorse necessarie a darsi una dignità diversa dai modelli correnti. Angus e Anne Deaton descrivono le vittime di questa sindrome come intrappolate in uno “svantaggio cumulativo” rispetto agli altri gruppi sociali in tutti gli aspetti decisivi della vita, dal lavoro alla vita sentimentale e il matrimonio, alla crescita e educazione dei figli.

Ciò fa sì che scivolino anche fisicamente in abitudini, stili di vita e soprattutto dipendenze da droghe, sostanze intossicanti, sedentarietà, con gli esiti infausti documentati dalla cronache e dalle statistiche.

Queste difficoltà esistenziali, insieme alla mancanza di energie capaci di produrre orientamenti diversi, instaurano fin dall’infanzia-adolescenza le prime dipendenze, in genere da alcol e droghe, che producono poi i primi indebolimenti nell’organismo: nella funzione epatica, renale, il sistema nervoso, le capacità cognitive.

L’organismo debilitato perde così ogni spinta: si fatica a vedere una vita diversa e si scivola nella sedentarietà. Ci si muove meno, o niente.

Ciò condiziona anche l’attività cerebrale, che rallenta e si avvia a una pigrizia ideativa che rende gradualmente impossibile anche solo immaginare una vita diversa. La sedentarietà e la stasi psicologica e affettiva tendono così, gradualmente, ad arrestare la vita delle persone. Il fisico, oltre alla psiche, sviluppa sclerosi e processi degenerativi. Oltre alle patologie epatiche, renali, al diabete e alle altre indotte dalle sostanze e da cibi scadenti, junk food, iperdolcificati e adulterati, prendono così forma i disturbi circolatori, e con essi le reazioni mortali: l’overdose da droghe, gli infarti del cuore e degli altri organi che non ce la fanno più.

Per questo si riduce l’aspettativa di vita, per ora soprattutto nei grandi centri della civiltà occidentale, Usa e Inghilterra.

Gli adolescenti che non hanno studiato né lavorato negli anni 80 arrancano verso i cinquant’anni, con tutte le gravi ferite fisiche e psichiche della loro esistenza ai margini, e la loro voglia di uscire dalla “vita di merda”, cui danno sfogo anche col suicidio, in costante crescita fra i maschi bianchi.

Se non viene rapidamente promosso un altro modello di sviluppo la shit syndrome rischia però di coinvolgere fra non molto anche altri paesi, come l’Italia, dove masse di giovani inattivi stanno oggi ripercorrendo le stesse strade passive e senza sbocco degli adolescenti invecchiati dei paesi anglosassoni.

Occorre cambiare strada: certamente il “modello di sviluppo”, ma anche il modo di viverlo. Non si può più sentire la sofferenza, il dolore, l’emarginazione solo come uno scacco da attenuare con droghe e antidolorifici.

Sindrome della vita di merda

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